Ci sono momenti in cui basta uno sguardo per cambiare completamente il modo in cui ci sentiamo. Entriamo in una stanza e ci accorgiamo che qualcuno ci osserva. Raccontiamo qualcosa e cerchiamo quasi istintivamente di capire dalla reazione dell’altro se siamo stati interessanti, fuori luogo, brillanti o ridicoli. Indossiamo qualcosa che ci piace e, fino a quando siamo soli, non abbiamo dubbi; poi incontriamo qualcuno, percepiamo una certa espressione sul suo volto e improvvisamente cominciamo a guardarci con occhi diversi. Sono esperienze piccole, spesso così abituali da passare inosservate, ma nascondono una domanda enorme: quanto di ciò che pensiamo di essere dipende dal modo in cui siamo visti dagli altri? E soprattutto, esisterebbe la nostra identità nello stesso modo se nessuno potesse mai guardarci, giudicarci, desiderarci, rifiutarci o riconoscerci?

Jean-Paul Sartre ha dedicato alcune delle pagine più potenti della filosofia del Novecento proprio a questo problema. Il suo interesse non nasce dal desiderio di spiegare semplicemente perché teniamo all’opinione degli altri. La questione è molto più radicale. Per Sartre, l’incontro con un’altra coscienza modifica il modo stesso in cui facciamo esperienza di noi. Finché sono solo, sono immerso nelle mie azioni, nei miei progetti, nei miei pensieri. Vivo il mondo a partire dal mio punto di vista e mi percepisco principalmente come soggetto: sono io che guardo, scelgo, interpreto, desidero. Nel momento in cui avverto lo sguardo di un altro essere umano accade qualcosa di particolare: scopro che posso essere visto, scopro, cioè, di non essere soltanto colui che guarda il mondo, ma anche qualcosa che può apparire nel mondo di un altro.

È difficile rendersi conto di quanto questa esperienza sia profonda proprio perché la viviamo continuamente. Immaginiamo di essere soli in una stanza. Magari stiamo cantando, ballando, provando un discorso davanti allo specchio oppure facendo qualcosa che non faremmo mai davanti ad altre persone. Finché siamo convinti di essere soli, il nostro comportamento ci appartiene quasi completamente. Poi sentiamo un rumore dietro di noi e scopriamo che qualcuno ci stava osservando. In pochi secondi cambia tutto. Un gesto che fino a quel momento era semplicemente un gesto diventa improvvisamente qualcosa che può sembrare buffo, goffo, imbarazzante. Non è necessariamente cambiato ciò che stavamo facendo. È cambiato il nostro rapporto con noi stessi, perché ci vediamo improvvisamente attraverso la possibilità dello sguardo altrui. Sartre analizza questa trasformazione attraverso un celebre esempio contenuto ne L’essere e il nulla. Immagina una persona che, spinta dalla curiosità, guarda attraverso il buco di una serratura. In quel momento è completamente assorbita da ciò che sta facendo. Non pensa a se stessa come a “una persona gelosa”, “un curioso” o “qualcuno che spia”. È semplicemente dentro la propria azione, ma poi sente dei passi nel corridoio, qualcuno potrebbe averla vista. Ed ecco comparire la vergogna. Per Sartre, la vergogna è filosoficamente importante perché rivela qualcosa che da soli non potremmo sperimentare nello stesso modo. In quel momento cambia qualcosa: fino a poco prima la persona era completamente concentrata su ciò che stava facendo. Appena sente dei passi e immagina di essere stata vista, comincia invece a guardare se stessa con gli occhi dell’altro. Non è più soltanto qualcuno che osserva; diventa anche qualcuno che può essere giudicato per ciò che sta facendo. È proprio da questo passaggio che nasce la vergogna.

L’altro introduce quindi nella nostra esperienza una dimensione nuova. Io conosco me stesso dall’interno, attraverso intenzioni, dubbi, desideri, motivazioni e progetti. L’altro, invece, mi vede dall’esterno. Può cogliere un gesto, un comportamento, un’espressione e attribuirmi un significato. Può pensare che io sia arrogante mentre io mi considero semplicemente sicuro; può vedermi fragile quando sto cercando disperatamente di sembrare forte; può trovarmi affascinante mentre io mi sento insicuro. Ed è proprio qui che nasce una tensione destinata a non risolversi completamente: non posso controllare fino in fondo ciò che sono nello sguardo dell’altro.

Possiamo facilmente capire perché questa idea continui a toccarci. Una parte considerevole della nostra vita è attraversata dal tentativo di governare l’immagine che offriamo di noi. Scegliamo parole, vestiti, fotografie, silenzi, modi di presentarci. In alcuni contesti cerchiamo di apparire competenti, in altri divertenti, in altri ancora sicuri o desiderabili. Non significa necessariamente che siamo falsi. Significa che sappiamo di essere continuamente esposti alla possibilità di diventare qualcosa per qualcun altro. Vogliamo essere compresi in un certo modo e temiamo di esserlo in un altro.

Per Sartre, però, l’altro non è semplicemente un giudice esterno di cui potremmo imparare a ignorare l’opinione. La sua presenza entra nella costruzione stessa della nostra esperienza. Io posso sapere di essere timido, coraggioso, affascinante, impacciato, generoso o egoista anche perché mi sono scoperto nel rapporto con altri esseri umani. Alcuni aspetti di noi emergono soltanto nella relazione. Non potrei sapere che effetto produce il mio modo di parlare se nessuno mi ascoltasse. Non potrei sperimentare l’imbarazzo nello stesso modo se non esistesse la possibilità di essere giudicato. Non potrei nemmeno conoscere pienamente cosa significhi essere ammirato, rifiutato o desiderato senza un altro soggetto davanti a me. Questo non significa che siamo semplicemente ciò che gli altri pensano di noi. Sartre attribuisce alla libertà individuale un’importanza radicale. L’essere umano non è una cosa definita una volta per tutte. Non possiede un’essenza già stabilita che determini interamente ciò che sarà. Esiste attraverso i propri progetti, le proprie scelte e il continuo superamento di ciò che è già stato. Il problema nasce proprio perché lo sguardo dell’altro sembra fare qualcosa di opposto: tende a fissarci.

L’altro può trasformare un comportamento in un’identità. Posso commettere un errore e diventare, ai suoi occhi, “un incapace”. Posso avere paura in un momento preciso e diventare “un codardo”. Posso fallire una relazione ed essere definito attraverso quel fallimento. Io, dall’interno, percepisco sempre la possibilità di cambiare, spiegarmi, contraddirmi, diventare altro; l’altro può invece restituirmi un’immagine cristallizzata. È come se prendesse una parte della mia esistenza e dicesse: “Ecco chi sei”.

Probabilmente è anche per questo che alcuni giudizi ci feriscono così tanto. Non sempre perché crediamo che siano veri, ma perché ci accorgiamo di non poter controllare ciò che siamo diventati nella mente di un’altra persona. Possiamo spiegare, correggere, raccontare la nostra versione, ma non possiamo entrare nella coscienza dell’altro e modificarla direttamente. Esiste una parte della nostra identità sociale che ci riguarda profondamente e che, allo stesso tempo, non ci appartiene completamente. Qui il pensiero di Sartre diventa sorprendentemente vicino a molte esperienze contemporanee. I social network hanno amplificato in maniera enorme la dimensione dello sguardo. Una fotografia può essere osservata da decine, centinaia o migliaia di persone. Un pensiero può ricevere approvazione, indifferenza o critica nel giro di pochi minuti.

Pensiamo a cosa succede quando pubblichiamo qualcosa e poi torniamo più volte a controllare chi l’ha visto. Potremmo raccontarci che non ci interessa particolarmente, ma spesso il gesto stesso rivela che lo sguardo dell’altro ha assunto un peso. Non vogliamo soltanto esprimerci: vogliamo sapere come la nostra espressione è stata ricevuta. In alcuni casi arriviamo perfino a osservare noi stessi attraverso una prospettiva immaginaria: “Come sembrerò in questa foto?”, “Che impressione darà questa frase?”, “Sembrerò troppo sicuro, troppo insicuro, troppo felice, troppo triste?”. Prima ancora che qualcun altro ci guardi, abbiamo interiorizzato la possibilità del suo sguardo. Da qui nasce anche il bisogno di approvazione. Essere riconosciuti dagli altri può darci la sensazione che una certa immagine di noi sia stata confermata. Se mi considero competente e qualcuno riconosce la mia competenza, tra ciò che penso di essere e ciò che l’altro vede sembra crearsi una momentanea armonia. Lo stesso vale per l’affetto, il desiderio, l’ammirazione. Lo sguardo altrui può restituirci un’immagine nella quale ci riconosciamo volentieri.

Il problema emerge quando quell’approvazione diventa indispensabile. Se ho bisogno che l’altro confermi continuamente il mio valore, gli sto attribuendo un potere enorme: quello di stabilire qualcosa che vorrei poter considerare mio. Eppure liberarsi completamente dallo sguardo altrui non è così semplice come suggeriscono certe frasi motivazionali. “Non importa cosa pensano gli altri” può essere un buon consiglio in alcune situazioni, ma filosoficamente è insufficiente. Gli altri ci importano perché siamo esseri che vivono in relazione. Una vita completamente indifferente al riconoscimento, all’affetto e al giudizio altrui sarebbe difficilmente immaginabile. Il punto, quindi, non è eliminare gli altri dalla costruzione della nostra identità. È comprendere la tensione che attraversa ogni rapporto umano: desideriamo essere riconosciuti, ma non vogliamo essere ridotti allo sguardo che ci riconosce. Questa contraddizione emerge con particolare forza nell’amore. Quando amiamo qualcuno, vogliamo che il suo sguardo ci scelga in modo speciale. Desideriamo essere importanti per lui, essere visti in un modo che nessun altro sguardo potrebbe sostituire. Ma proprio perché l’altro è libero, non possiamo garantire quella scelta. Non possiamo obbligarlo ad amarci senza distruggere ciò che desideriamo, perché un amore imposto non avrebbe il valore dell’amore liberamente offerto. Vogliamo quindi qualcosa di paradossale: vogliamo essere scelti da una libertà che, proprio in quanto libertà, conserva sempre la possibilità di non sceglierci.

Sartre vede nei rapporti umani questa instabilità fondamentale. Due libertà si incontrano e ciascuna vorrebbe essere riconosciuta senza essere completamente trasformata in oggetto dall’altra. Da qui possono nascere desiderio, conflitto, seduzione, vergogna, orgoglio, gelosia. Non perché ogni rapporto sia necessariamente condannato alla sofferenza, ma perché l’incontro con l’altro ci mette davanti a qualcosa che non possiamo dominare del tutto. È in questo contesto che si comprende meglio anche una delle frasi più celebri e più fraintese associate a Sartre: “L’inferno sono gli altri”, pronunciata nella pièce A porte chiuse. Letta isolatamente, sembra significare semplicemente che gli altri esseri umani sono insopportabili e che vivremmo meglio da soli. Il significato è più interessante. L’inferno nasce quando rimaniamo prigionieri di rapporti nei quali lo sguardo dell’altro ci fissa, ci definisce e diventa qualcosa da cui non riusciamo più a liberarci. Non è l’esistenza degli altri in sé a essere infernale; può diventarlo il rapporto in cui la nostra identità dipende interamente dal giudizio reciproco.

Pensiamo a quanta sofferenza nasce dal tentativo di correggere continuamente l’immagine che qualcuno ha di noi. Vogliamo dimostrare a una persona che non siamo ciò che pensa. Ripensiamo a conversazioni, immaginiamo risposte migliori, cerchiamo occasioni per modificare la sua opinione. A volte quella persona non fa più nemmeno parte della nostra vita e tuttavia continuiamo a discutere mentalmente con il suo sguardo. Questo mostra quanto profondamente il giudizio altrui possa essere interiorizzato. Eppure c’è anche un’altra faccia della relazione. Gli altri non sono soltanto coloro che rischiano di imprigionarci in una definizione. Possono permetterci di vedere aspetti di noi che da soli non avremmo mai riconosciuto. Una persona può accorgersi di una nostra capacità prima che noi stessi impariamo a darle valore. Può mostrarci una fragilità che cercavamo di ignorare. Può costringerci a mettere in discussione l’immagine rassicurante che avevamo costruito di noi.

L’altro, allora, è contemporaneamente un limite e una possibilità. Questo rende insufficiente anche l’idea di un’identità totalmente autonoma. Spesso immaginiamo l’autenticità come la capacità di scoprire il “vero io” nascosto sotto tutte le influenze esterne. Forse il problema è posto male, non esiste necessariamente un nucleo completamente isolato dalle relazioni, pronto a essere scoperto una volta eliminato il giudizio degli altri. Gran parte di ciò che siamo si sviluppa proprio attraverso incontri, conflitti, riconoscimenti e rifiuti. La domanda “chi sono davvero?” non possiede quindi una risposta completamente separabile dalla domanda “chi sono con gli altri?”. Ci comportiamo diversamente con un genitore, un amico, una persona amata, un collega o uno sconosciuto. Non significa necessariamente che una di queste versioni sia vera e le altre false. L’identità umana può essere molto più complessa: una trama di possibilità che emergono in situazioni differenti. Il pensiero sartreano aggiunge però un elemento essenziale: nessuna di queste immagini esaurisce ciò che siamo. Finché esistiamo, continuiamo a poterci rapportare a ciò che siamo stati e a scegliere ciò che vogliamo diventare. Un giudizio può pesarci, una definizione può condizionarci, un passato può limitarci, ma non siamo semplicemente oggetti con caratteristiche immutabili.

Ed è forse qui che possiamo trovare la parte più liberatoria di questa riflessione.

Non possiamo impedire agli altri di guardarci. Non possiamo controllare completamente ciò che penseranno. Non possiamo costruire un’immagine talmente perfetta da essere interpretata da tutti esattamente come desideriamo. Possiamo però evitare di confondere quello sguardo con la totalità di ciò che siamo. Qualcuno può trovarci noiosi senza che diventiamo essenzialmente noiosi. Qualcuno può considerarci incapaci senza trasformare quel giudizio in una verità definitiva. Allo stesso modo, essere ammirati non ci consegna una volta per tutte un valore che nessuno potrà più mettere in discussione. Lo sguardo degli altri racconta qualcosa di noi, ma non può chiudere completamente la domanda su chi siamo. Questa consapevolezza cambia anche il modo in cui possiamo pensare all’approvazione. Non c’è nulla di strano nel desiderarla. Essere apprezzati fa piacere, essere riconosciuti può dare forza, sentirsi visti è una delle esperienze più importanti della vita umana. Il problema nasce quando consegniamo all’approvazione il compito impossibile di stabilire definitivamente il nostro valore. Nessuna quantità di sguardi può garantire per sempre chi siamo, proprio perché gli sguardi cambiano e noi stessi cambiamo.

Forse per questo il bisogno di approvazione non viene mai completamente soddisfatto attraverso altra approvazione. Se cerchiamo nello sguardo esterno la certezza definitiva su noi stessi, ogni conferma avrà bisogno di essere ripetuta. Un complimento tranquillizza per un momento, poi arriva un dubbio. Una fotografia riceve attenzione, poi ne servirà un’altra. Una persona ci sceglie, ma possiamo comunque chiederci se continuerà a farlo. Il problema non è la quantità di conferme ricevute: è ciò che stiamo chiedendo loro di garantire. Sartre ci costringe quindi a sostare dentro una verità scomoda ma feconda. Abbiamo bisogno degli altri e, contemporaneamente, nessun altro può dirci definitivamente chi siamo. Siamo esseri esposti allo sguardo, ma anche esseri che non coincidono completamente con quell’immagine. Viviamo continuamente tra queste due dimensioni. E allora la domanda iniziale: chi saremmo senza lo sguardo degli altri? Forse non ha una risposta semplice. Senza gli altri perderemmo una parte essenziale della nostra esperienza: non conosceremmo la vergogna nello stesso modo, ma nemmeno il riconoscimento; non sperimenteremmo certi conflitti, ma neppure molte forme di amore, desiderio e appartenenza. Una parte di ciò che siamo nasce inevitabilmente nel rapporto.

La questione più interessante diventa quindi un’altra: quanto spazio concediamo a quello sguardo? Possiamo ascoltarlo senza obbedirgli completamente? Possiamo desiderare di essere amati senza trasformare l’amore ricevuto nell’unica prova del nostro valore? Possiamo accettare che qualcuno ci giudichi male senza sentire il bisogno di correggere ogni interpretazione? Possiamo riconoscere che gli altri vedono davvero qualcosa di noi, senza concedere loro il potere di definirci una volta per tutte? Forse diventare più liberi non significa smettere di preoccuparsi completamente di ciò che pensano gli altri. Significa imparare a vivere sapendo che esisteremo sempre anche nei loro occhi, ma che nessuno di quegli sguardi possiede l’ultima parola. Ed è proprio qui che una riflessione nata nella filosofia esistenzialista del Novecento tocca qualcosa di estremamente quotidiano. Ogni volta che entriamo in una stanza e ci chiediamo come appariamo, ogni volta che cancelliamo una frase perché temiamo un giudizio, ogni volta che un complimento cambia la nostra giornata o una critica continua a risuonare nella nostra mente, stiamo incontrando, senza chiamarlo così, il problema filosofico dello sguardo. Forse la filosofia comincia anche in questi momenti: quando smettiamo di limitarci a sentire il peso degli occhi degli altri e cominciamo a domandarci perché abbiano così tanto potere su di noi, soprattutto quando comprendiamo che essere visti è inevitabile, mentre vivere soltanto per essere approvati non lo è.

Testi per approfondire:

Jean-Paul Sartre, L’essere e il nulla, in particolare la parte dedicata all’esistenza d’altri e allo sguardo.

Jean-Paul Sartre, A porte chiuse, per il tema del rapporto con l’altro e della dipendenza dal giudizio reciproco.

Jean-Paul Sartre, L’esistenzialismo è un umanismo, per una prima introduzione ai temi della libertà, della scelta e della responsabilità individuale.